Convegno La Biodiversità del Mare Toscano

Convegno "La Biodiversità del Mare Toscano"

Rischi, pericoli e soluzioni per la salvaguardia

Museo di Storia Naturale del Mediterraneo – Livorno – 9 Febbraio 2019

 

Il convegno organizzato dalla sezione locale del WWF di Livorno sulla biodiversità del Mare Toscano ha messo insieme molti degli attori principali che da tempo studiano e vivono il mare; punti di vista differenti che però, almeno questo è positivo, affermano di puntare ad uno stesso obiettivo: salvare un mare che sta morendo.

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Il primo obiettivo è sempre quello di sollevare con certezza scientifica i problemi che devono essere affrontati e secondo noi dal dibattito sono emersi i seguenti cinque punti fermi :

1) I dati riportati dal dottor Sartor del Centro Interuniversitario di Biologia Marina ed Ecologia Applicata G. Bacci (CIBM) ci dicono che la maggior parte delle specie marine oggetto di pesca e consumo, anche in Toscana, sono in condizione di sovrasfruttamento. Se ne pescano troppi rispetto alla loro attuale capacità di rinnovarsi e si infierisce troppo sugli stadi giovanili, pescando soggetti sotto la taglia consentita. Inoltre un problema che attualmente assume grande importanza è quello dello scarto del pescato : molte sono le specie che, non avendo mercato, vengono ributtate in mare creando un ingente danno economico ed ambientale. Per fronteggiare questo problema sono sicuramente importanti operazioni di sensibilizzazione degli acquirenti al consumo di pesce poco conosciuto e, contemporaneamente, azioni condivise con i pescatori per l’utilizzo di attrezzature più selettive che permettano a determinate specie, o comunque ai pesci di piccola taglia di non essere catturati.

2) Come ci riferisce il dottor Bartoli, rappresentante di Federcopesca – Confcooperative Toscane, la pesca professionale nel nostro mare è in crisi e in forte calo, sono rimaste meno di 500 imbarcazioni nel mare toscano delle quali l’80% è dedita alla piccola pesca. In tutta la filiera il numero di addetti è ancora elevato anche se viene comunque sottolineata una notevole diminuzione della capacità di pesca. Bartoli evidenzia che oltre alle Aree Marine Protette (AMP), sulle quali sottolinea alcuni dubbi gestionali oggettivamente condivisibili, ci sono altre zone alle quali i pescatori professionisti non hanno accesso come le aree di ingresso ai porti e l’area intorno al rigassificatore e comunque sottolinea la necessità di essere coinvolti nella gestione delle AMP stesse. 

3) Il dottor Silvestri del CIBM ha riportato i dati relativi alla pesca sportiva che risulta ormai avere un peso importante in termini di numeri di pescatori e PIL per il giro di affari ed interessi che genera. Tuttavia al momento non esiste una licenza di pesca per chi la pratica (contrariamente a quanto succede per la pesca nelle acque interne e per la caccia) e comunque sarebbe necessario individuare modalità efficaci per far emergere i dati reali del fenomeno. Oltretutto dietro la pesca ricreativa si nascondono anche pescatori professionisti fantasma che operano impunemente facendo significativi profitti e concorrenza sleale a chi lavora onestamente, come riporta Silvestri del CIBM e conferma Bartoli.

4) Il WWF Italia è già protagonista di progetti che cercano di migliorare l'efficacia e la redditività della pesca, raggiungendo anche obiettivi di sostenibilità. Alcuni mirano alla riduzione degli scarti a bordo ed all’inutile uccisione di grandi masse di organismi marini, altri cercano di ridurre l'odioso fenomeno del bycatch (catture accessorie) a spesa soprattutto di tartarughe e squali di cui ha diffusamente parlato il dottor Serena  (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura - Gruppo Specializzato Squali – IUCN/SSG), sicuramente uno dei massimi esperti nel campo, che ha sottolineato la grande importanza strategica di questi ultimi nel mantenimento degli equilibri negli ecosistemi. Tuttavia tali buone pratiche fanno fatica a emergere, rimangono spesso relegate ad ambiti regionali e non sempre diventano obbligatorie a livello normativo.

5) Anche i consumatori, come sempre, hanno un ruolo determinante nel fenomeno. Occorre rivedere le scelte alimentari che prevedono l'acquisto di pochissime specie pregiate. Occorre evitare di chiudere gli occhi su chi vende pesce al nero a prezzi ridotti. Occorre privilegiare il pescato locale per favorire proprio quella pesca artigianale che potenzialmente, con pochi accorgimenti, può trasformarsi in pesca
sostenibile.

Nel sollevare i problemi a volte le soluzioni sembrano evidenti. Solo un esempio per il primo punto: individuando le cosiddette aree nursery, qualora sia possibile per una o più specie  e vietando la pesca in quell'area tutto l'anno o solo in determinati periodi, si potrebbero risollevare i numeri di una determinata specie. Purtroppo mettere in pratica questo tipo di azioni nella realtà non è così semplice per vari motivi:

- Spesso i divieti non sono rispettati o non è possibile farli rispettare. La Capitaneria, rappresentata dal Sottotenente di Vascello J.Ceccarelli, fa un ottimo lavoro ma non può, con i mezzi a disposizione, mantenere un controllo costante.
- La ricerca non ha i mezzi e le risorse per compiere quel monitoraggio continuativo che serve per valutare l'efficacia di un'azione di tutela nel tempo e anche di poterla riadattare anno dopo anno.
- Spesso molti di questi divieti, fatti su fondali non troppo bassi e non troppo lontani dalle coste, vanno a colpire soprattutto la pesca artigianale, quella con cui è importante riuscire a portare avanti un
dialogo costruttivo.
- Spesso ci sono altri fattori che determinano la crisi di una specie o di un'area marina  e la loro mancata  eliminazione  rende vani tutti gli sforzi compiuti dagli operatori.

Anche se non sono state ampiamente discusse nell’ambito del convegno, prevalentemente incentrato sulle attività di pesca, non possiamo certamente sottacere le problematiche legate all’inquinamento per il quale ovviamente si potrebbero sviluppare molti temi di approfondimento, gli scarichi industriali, urbani, la mancata, o comunque precaria, depurazione degli stessi, la massiccia presenza di mercurio e metalli pesanti soprattutto nei pesci di grossa taglia, ed infine le microplastiche. D’altronde il WWF già da tempo si impegna a tutti i livelli per evidenziare queste problematiche e proprio sulle microplastiche negli ultimi anni sono state numerose le iniziative per portare all’attenzione di tutti questa ennesima calamità proponendo contemporaneamente azioni concrete.

La locandina del WWF sulla pesca sostenibile mostrata dalla dottoressa Giulia Prato, responsabile settore mare del WWF Italia, è esplicativa: c'è un pescatore con un pesce in mano e una frase: "questa specie si estinguerà" e sotto tra parentesi "anche il pesce".

Immagine pesca WWF

Questo per dire che il WWF Italia da sempre porta avanti progetti di cogestione di aree marine per preservare contemporaneamente pesci e pescatori. Tre al momento attivi nel Sud  Italia ed anche qui, nel nostro mare, questa è sicuramente la via da seguire  ma con un'urgenza che al momento non cogliamo soprattutto nelle Istituzioni che dovrebbero spingere sull'acceleratore con la formazione di tavoli di lavoro che favoriscano il dialogo e non evidenzino le contrapposizioni.

Il mare va protetto e tutelato, ad ogni costo.

Giulia Prato ci dice: solo 5 AMP su 30 risultano veramente efficaci. Le altre sono, come si sente sempre dire, presenti solo su carta. E' quindi questo il motivo per cui si tende spesso a cercare soluzioni alternative e la proposta di un’AMP sembra diventata ormai un'idea obsoleta o addirittura controproducente. Ma non è l'istituzione stessa dell'AMP che non funziona, sono le pochissime risorse a disposizione, sono le regole di gestione da rivedere e il rapporto con la pesca e il turismo, sono la scarsa sorveglianza e il mancato monitoraggio.

Noi al momento ci sentiamo dunque  in dovere  di dare spazio e voce a tutte quelle associazioni che propongono soluzioni e idee che spesso condividiamo come ad esempio l’Associazione Costiera Calafuria, rappresentata dalla dottoressa Buttino dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), la quale da anni, insieme ad un gruppo di appassionati della nostra costa, si batte per l’istituzione di un Sito di Interesse Comunitario (SIC) nel suo tratto più bello e fragile, quello compreso tra la Torre di Calafuria ed il Castel Sonnino o come il Comitato Salviamo le Secche di Vada, rappresentato dal dott. Luca Ballatori, che propone alcune forme di tutela per l’area marina intorno al faro di Vada.

Contemporaneamente proveremo, spero insieme ad altri volenterosi, a metter su quel faticoso cammino di confronto che serve per dare forza, mani e braccia alle azioni di tutela che mancano da troppo tempo.

 

 

 

 

 

 

 

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